Home 2019 Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

by robertodragone
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Il film Kynodontas (id.Yorgos Lanthimos, 2009) racconta una storia così paradossale da rendere inefficace ogni interpretazione che tenti di codificare il contenuto attraverso un’ottica verosimile. L’eccesso dei personaggi di Kynodontas passerebbe quindi attraverso un verdetto etico, che forse ostacolerebbe l’intento del film che invece vorrebbe puntare ad altri aspetti del racconto. Forse, il film Parasite di Bong Joon-ho, che sembra ispirarsi al lavoro che Lanthimos ha fatto anche in un altro film, Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer, 2017), potrebbe essere interpretato in maniera simile: ci si chiede e sorprende quanto la situazione degeneri, questo interrogativo però sembra ritenere che, quindi, il punto di partenza della storia sia perfettamente plausibile, mentre proprio l’inizio è tragicomico e si fonda su un contesto che altera la realtà. Più che interrogarsi sulla ragione delle azioni dei personaggi, forse Parasite suggerisce un’interpretazione più svincolata dalla razionalità: quindi non il «perché», ma semplicemente il «cosa», e ovviamente il «come». Sotto quest’ottica, Parasite appare come un gioco di ruoli in cui ogni personaggio non è che una maschera che interpreta se stesso e quella personalità di sé che decide di mostrare agli altri. Tutti i personaggi sono dei simulatori divisi in almeno due personalità, così alla base dei loro dilemmi interiori c’è quell’ambiguità pirandelliana tra l’essere e apparire.

Parasite inizia con l’inquadratura di una finestra che suggerisce almeno due informazioni fondamentali: l’uso opprimente che Bong fa degli spazi nella casa della famiglia Kim e il fatto stesso che questa casa sia un seminterrato sotto l’altezza della strada. Che l’altitudine sia rilevante nella gestione degli spazi in Parasite è suggerito anche dalla prima scena in cui il figlio dei Kim arriva nella casa dei Park, perché lo vediamo risalire una salita, quindi sollevarsi dalla sua classe sociale che lo ha confinato in un seminterrato. Il confronto tra le classi sociali delle due famiglie protagoniste parte proprio dalla differenza nelle case in cui vivono e Bong sottolinea questo aspetto attraverso le inquadrature, da una parte opprimenti, dall’altra fa uso di obiettivi grandangolari, rispettivamente per restringere e ampliare gli spazi. Quando alla fine del primo atto il piano dei Kim è finalmente compiuto, l’inquadratura si scioglie dalla rigidità formale della casa dei Park e si muove libera in un carrello che sfreccia per la casa. 

L’inquadratura iniziale di Parasite ci suggerisce anche un’altra informazione: quella finestra sembra uno schermo; da essa i Kim osservano il mondo reale attraverso un ruolo, il loro, quello della famiglia scroccona (appunto, parassita), mentre per entrare a far parte della vita-schermo oltre il vetro della finestra devono interpretarne un altro, un po’ come gli attori che recitano e superano il confine tra realtà e finzione. Il gioco dei ruoli che i Kim eseguono per entrare nella casa dei Park, ovvero tutta l’organizzazione minuziosa, non sembra nient’altro che quell’addestramento degli attori teatrali quando si esercitano per prepararsi a una parte che richiede improvvisazione. Il discorso metacinematografico di Parasite, ovvero di film che parla del cinema, è individuabile anche nella caratterizzazione dei ruoli e dalla loro impronta tragicomica. All’inizio del film, la famiglia Kim prega sul ritrovamento della connessione wifi (una scena esplicativa sui valori della famiglia tradizionale moderna), mentre più avanti, anche nelle scene più drammatiche, è facile ritrovare risvolti grotteschi: dal tasto “Invia” che crea ostaggi ad alcuni dialoghi, e ancora, reazioni accentuate, sbadataggini che complicano i risvolti, l’uso assurdo della domotica, battute («È il disegno di uno scimpanzé», «No, è un autoritratto») e situazioni surreali (il wifi che prende soltanto in bagno), insomma una serie di elementi che rendono Parasite intriso di humour nero in più occasioni. Anche in un punto decisivo l’unica reazione di un personaggio è quella di ridere contro ogni logica. La caratterizzazione tragicomica sottolinea la finzione dietro Parasite, per questo interpretarlo soltanto attraverso una chiave di lettura etica e verosimile forse significa ostacolare il suo intento di farsa. 

D’altronde è Parasite stesso a prendersi in giro. Le motivazioni che porteranno i Kim ad accedere all’interno della vita (e della casa) dei Park saranno mosse da paranoie, desideri, mancanze e necessità di una famiglia «credulona», allarmista e paranoica. L’antinomia tra le due famiglie non avviene soltanto sotto il profilo manifesto della ricchezza, ma anche attraverso la coscienza che hanno di ciò che li circonda: i Kim sono più furbi e iniziano a compiere errori quando avanzeranno nella scala sociale; in altre parole, sembra che una posizione superiore in questa ipotetica scala corrisponda a un aumento della stupidità. La differenza nell’ingegno tra i Park e i Kim è evidente e favorisce questi ultimi, i quali entreranno nelle grazie dei Park con inganni e senza vere qualificazioni; addirittura, come insegnanti superflui ad allievi privi di un vero talento. Non solo: saranno i Kim a (credere di) sapere tutto, mentre i Park, anche se ricchi e invidiati, saranno incapaci di comprendere ciò che a un certo punto diventa palese. I Park saranno degli spettatori più disattenti: guarderanno la loro finestra, sarà gigantesca ma loro saranno incapaci di comprenderla. Quindi è un gioco di equilibri: da una parte i fantasmi dietro i meccanismi che permettono alla società di funzionare, dall’altra la società cieca, «credulona» e ingenua. 

Parasite è un film-farsa che dimostra come i ruoli agiscono all’interno di un ambiente. La scala gerarchica crea una diseguaglianza nel punto di vista attraverso il quale si osserva, ma soprattutto si comprende (e considera?) l’ambiente circostante: una posizione più elevata corrisponde a una scarsa lungimiranza. Quando Parasite è noiosamente didascalico (durante la scenetta sulla Corea del Nord e nei continui riferimenti statunitensi) è per sottolineare l’illusione di comprendere il contenuto di un film soltanto attraverso ciò che i personaggi dicono. Per questo motivo, ho trovato che il film di Bong sia una farsa per il modo in cui riesce a prendersi gioco degli spettatori attraverso i propri risvolti, sia imprevedibili che immaginabili, i quali sembrano soltanto una facciata verosimile di meccanismi in realtà del tutto surreali. Un film che parla di ciò che dicono i personaggi, oppure un film che non ha una morale, oppure un film che è soltanto un film: Parasite si offre a tante chiavi di lettura quanti sono gli spettatori che lo guardano. Ciò che conta, forse, sta invece nel fatto che il film di Bong riesca a spronare lo spettatore, si spera anche attraverso ciò che mostra: il «cosa», non il «perché».

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