Home 2020 Pieces of a woman (Kornél Mundruczó, 2020)

Pieces of a woman (Kornél Mundruczó, 2020)

by robertodragone
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Sono sinceramente affascinato quando una persona che ha vissuto personalmente un evento decide di raccontarlo in un film e lavora direttamente alla sua messa in scena. Per questo adoro La guerra è dichiarata (La guerre est déclarée, Valérie Donzelli, 2011), dove la storia raccontata è stata vissuta realmente dalla coppia di sceneggiatori (la regista insieme Jérémie Elkaim), la quale recita come protagonista, interpretando se stessi; per questo motivo adoro The big sick (Michael Showalter, 2017), dove Kumail Nanjiani interpreta se stesso in un film che racconta le vicende che lo hanno portato a conoscere la sua compagna, Emily V. Gordon (co-sceneggiatrice del film insieme a Nanjiani stesso). In Pieces of a woman (distribuito da Netflix) il metodo non è molto differente: il film è scritto da Kata Wéber ed è basato sulla storia che la sceneggiatrice ha vissuto in prima persona insieme al suo ex marito Kornél Mundruczó, il quale è il regista del film.

Un contatto così ravvicinato tra narratore e storia narrata spesso comporta la realizzazione di un film anomalo. È il caso dei film che ho citato sopra, compreso Pieces of a woman. La storia è quella di una coppia che aspetta un bambino. Lui (Shia LaBeouf) è un operaio «rozzo» e «zotico», lei (Vanessa Kirby) è cresciuta in una famiglia più raffinata. Tra loro c’è un amore complice, almeno finché qualcosa non va storto durante il parto e perdono la bambina. L’esigenza di esporre una storia così personale induce Mundruczó a osare: la scena del parto occupa la prima mezz’ora del film, ma non solo: la scena infatti è un lungo piano-sequenza di poco più di venti minuti. I tempi quindi sono lunghi. La macchina da presa si muove nell’ambiente in movimenti esasperati, i quali però non si scordano di comporre inquadrature ricercate. La naturalezza dei movimenti di macchina fanno sentire la persona spettatrice una presenza nell’ambiente. Quando la scena finisce, ossia dopo mezz’ora dall’inizio, compare su schermo il titolo del film.

Il desiderio (e il bisogno) di Wéber e Mundruczó di raccontare la loro storia fa sì che i tempi della narrazione (o testimonianza) siano dilatati, poiché dopo il parto i personaggi appaiono disorientati. Pieces of a woman non ha personaggi che rincorrono un bisogno cinematografico di ergere un racconto melodrammatico, orientato verso una ricostruzione che eccede nei toni. Per questo motivo, il film potrebbe apparire persino mancante, perché la narrazione si muove si un piano di dissimulazione dei sentimenti. Soltanto nell’ultimo atto avviene una rivelazione significativa, quando finalmente il comportamento smarrito della donna acquista un altro significato. (Verso la protagonista, la donna del titolo, quella che ha perso un proprio «pezzo», ci sono parecchie sollecitazioni di ogni tipo, lei però non riesce a esprimersi e quindi farsi capire.) Tuttavia, vista la drammaticità della storia, e forse la sua impossibilità di comunicare la sofferenza dei protagonisti, ho apprezzato che la narrazione sia vacua e che i personaggi evitino di darsi troppe spiegazioni, e quindi di darle alla persona spettatrice. Ci sono tanti nodi e pochissime delucidazioni.

Pieces of a woman è quindi cinema laconico e schivo, una raffigurazione di un dolore impronunciabile ma così concreto da (far avvertire e) trasmettere la sensazione fisica di aver perso un «pezzo». La sceneggiatura di Wéber è eccezionale perché attraverso l’isolamento dei personaggi trasmette la loro incomunicabilità: li fa tacere e perdersi, noi vediamo il loro sgretolamento emotivo. Il racconto però è anche altro: i dialoghi che si sovrappongono, oppure le frasi sciocche che trasmettono la spontaneità dei personaggi (il dialogo sui The White Stripes che sembra uscito da un film di Tarantino). E ancora: le lunghe inquadrature sui personaggi, la recitazione incisiva di alcuni attori. Forse soltanto la scena finale sembra stonare con il resto, tuttavia è fedele all’idea del dolore che Pieces of a woman ha descritto per tutta la sua durata: una sofferenza straziante che non si può superare mai completamente, anche se il tempo passa, i ponti vengono costruiti e si va avanti.


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