Home 2019 Ritratto della giovane in fiamme (Céline Sciamma, 2019)

Ritratto della giovane in fiamme (Céline Sciamma, 2019)

by robertodragone
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Il racconto formale, teorico e poco concreto di Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) lo rende un film autoriale così personale da risultare egoistico: il racconto è lento, il linguaggio è sottile e risulta tanto e forse fin troppo raffinato; tutto ciò richiede dallo spettatore un impegno significativo per creare un coinvolgimento. Anche se forse il racconto radicale della regista Céline Sciamma rappresenta il segreto più intimo del cinema, ovvero quella comunicazione che un film rivolge direttamente alla percezione sensoriale dello spettatore. Quello di Sciamma è un gesto artistico liberatorio, una sorta di confessione che si nasconde dietro un linguaggio filmico così ricercato da apparire artefatto: la magnifica fotografia di Claire Mathon ha colori vivacissimi, mentre la regia di Sciamma privilegia riprese lunghe e morbose che speculano sui sentimenti dei personaggi. Ritratto della giovane in fiamme è un film realizzato sui dettagli taciturni, sui pensieri inconfessati; soprattutto è un film fondato (e dominato) sulle immagini, sull’idea quindi di guardare: Sciamma è interessata sia all’oggetto osservato che al modo in cui lo si esamina.

Per questo motivo appare significativa l’interpretazione delle attrici protagoniste. La pittrice incaricata di dipingere un ritratto senza farsi scoprire è interpretata dalla bravissima Noémie Merlant, la quale riesce a rivelare (e occultare) i sentimenti, gli impulsi e soprattutto le privazioni del suo personaggio. Il suo personaggio inoltre rappresenta (forse) per Sciamma una sorta di alter ego in quanto l’ (s)oggetto osservato, il personaggio interpretato dall’attrice Adèle Haenel, è un’ex amante della regista. Quindi la connessione raccontata dal film, quella tra artista e soggetto, dove l’artista studia i dettagli della fisionomia dell’altro, impara a conoscerlo e riesce infine a leggerlo (e a farsi leggere) come un libro aperto, assume delle allusioni interessanti con la realtà. Ed è proprio questa allusione che riesce a realizzare un film così intimo, con un racconto così sottile. Nel primo atto, il racconto è evasivo e sfuggente: ci sono degli aspetti e dei dettagli nel rapporto delle due protagoniste che non vengono mai rilevati. Vengono però forniti una serie di indizi, più o meno espliciti, su ciò che provano l’una per l’altra; questi indizi, però, sono tanto importanti quanto inconsistenti, poiché sono giustificati dalla trama e mescolati con essa, ovvero da quel rapporto che devono costruire in quanto l’una è il soggetto osservato e l’altra è l’artista che osserva.

La narrazione del primo atto è lenta ma magnetica, poi Ritratto della giovane in fiamme scoperchia delle sorprese: alcune prevedibili (grazie alla furba locandina anticipatoria italiana), molte altre meno. Il rapporto tra artista e soggetto si trasforma in un amore iniziatico sulla libertà femminile: le protagoniste (tre, a cui si aggiunge la serva) avranno la possibilità (e l’esigenza) di poter vivere un’autonomia lontana dalle imposizioni della società. Il soggetto, una futura moglie promessa che non ha scelta, scoprirà da sola le risposte a quelle domande che aveva posto e che suonavano addirittura sciocche (cos’è la musica, cosa si prova con l’amore). L’artista invece potrà dipingere ciò che non le è concesso, ma soprattutto sperimenterà il legame conclusivo che si raggiunge quando si esamina un soggetto con un’attenzione così approfondita da perdercisi al suo interno; la pittrice, soprattutto, potrà cercare un nuovo modo per completare il suo lavoro e cercare una risposta soddisfacente all’antinomia del paragone tra il soggetto rappresentato e la sua apparenza oggettiva.

Sul significato dei ragionamenti di Ritratto della giovane in fiamme se ne potrebbe parlare per ore, ciò che sorprende del film di Sciamma però è il linguaggio: i dialoghi sono asciutti, la regia invece si sofferma sui personaggi e gli spazi appaiono confusionari, sono soltanto degli sfondi (bellissimi) indistinti e ripetitivi; non ci sono musiche extradiegetiche, quindi i suoni sono invadenti e ossessivi: la grafite della matita che strofina il foglio, le onde fragorose del mare, il crepitio del fuoco, il respiro, le setole dei pennelli che spalmano il colore sulla tela. Il tempo dilatato delle inquadrature, la recitazione istintiva delle protagoniste, rendono Ritratto della giovane in fiamme raffinato ma anche rozzo, perché sguarnito di tante rifiniture, sia narrative che visive, che lo avrebbero reso più pragmatico, rovinandolo irreparabilmente.

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