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Sound of metal (Darius Marder, 2020)

by robertodragone
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Nella scena di apertura di Sound of metal (prima visione disponibile su Prime video), Ruben (Riz Ahmed) è intento a suonare la batteria in un’atmosfera suggestiva. È circondato da un buio oscuro, anzi ne è immerso, mentre una luce quasi mitica lo irradia. I suoi movimenti sono feroci: la batteria è uno strumento musicale che richiede tanta energia, lui però sembra percuoterla con una furia bestiale. Cambio scena: siamo in una roulotte; un’inquadratura grandangolare mostra l’ambiente nella sua interezza angusta. Ruben dorme con Louise, detta Lou (Olivia Cooke), la stessa che poco prima strillava la canzone che lui stava accompagnando con la batteria. Sentiamo i suoni delle azioni compiute da Ruben: attiva il frullatore (brrr), qualcosa gocciola in un tinello (plin), sentiamo il suo affanno mentre fa dei piegamenti (gasp), infine l’aria compressa mentre pulisce il mixer (fff). Sound of metal è iniziato da circa cinque minuti e non abbiamo ancora sentito un dialogo: soltanto suoni, utilizzati come una descrizione ossessiva.

Accenno lo sviluppo che innesca la trama: Ruben perde l’udito. Ed è qui che si attiva il racconto coinvolgente di Sound of metal, perché il regista Darius Marder sfrutta i mezzi percettivi che il cinema dispone per comunicare con la persona spettatrice per farle percepire (e patire) ciò che avverte Ruben: per esempio, ci accorgiamo della sua sordità perché il suono dei dialoghi diventa improvvisamente ovattato. L’idea di alterare la traccia audio non viene mai abusata, anzi Sound of metal utilizzerà varie forme per modificarla. Ciò che importa però sono le motivazioni: la traccia audio artefatta evidenzia l’isolamento di Ruben, un isolamento sia percettivo che comprensivo. Sembra che tutti vogliano aiutarlo, però nessuno lo ascolta sinceramente, e la mancanza di una comunicazione aperta accresce la sua frustrazione. Mi ha colpito una frase in cui parla di sé, dice: «Non è una buona giornata».

La scrittura dei personaggi è così: semplice; eppure, la sua efficienza riesce ad appassionare in modi inaspettati e con pochi dialoghi. I personaggi di Ruben e Lou sono persone semplici, quindi la sceneggiatura (curata dallo stesso regista insieme al fratello Abraham Marder) non strafa nella componente drammatica. Soprattutto, le informazioni sono ridotte all’essenziale, forse generando alcune mancanze, ma il racconto si rivela comunque efficiente per lo scopo prefissato: ovvero quello di raccontare la storia di un uomo che deve ristrutturare la propria vita. Da questo punto di vista, colpisce la lucidità dei pensieri di Ruben: anziché inseguire i «Momenti di vera quiete» come gli si viene consigliato (un chiaro gioco di parole e un contrasto con la musica metal che non può più suonare), esprime quelle intenzioni che nessuno ascolta. E lo fa da solo.

Sound of metal però non sarebbe lo stesso senza le idee brillanti di Marder. La sua regia sfrutta i dettagli per raccontare i suoi personaggi oppure i loro stati d’animo. Per esempio, durante la prima visita otorinolaringoiatrica, Ruben è al centro dell’inquadratura: scoraggiato, lo vediamo totalmente sopraffatto dalla situazione; nel frattempo sentiamo parlare il medico che lo visita, lui però è di spalle: l’inquadratura che si trattiene su Ruben ed esclude il medico sottolinea l’isolamento del protagonista. Un’altra scelta narrativa che ho trovato geniale è quella di aver utilizzato alcuni dialoghi e l’alterazione dei suoni come in un campo e controcampo, ovvero Sound of metal ci fa sentire o non sentire ciò che viene detto. Marder quindi utilizza il punto focale della persona spettatrice anche nella traccia audio. Non è niente di nuovo, però l’utilizzo che ne viene fatto, integrato con il plot, fa di Sound of metal un film intelligente nella forma. Per quanto riguarda il contenuto, il film è capace di approfondire un disagio profondo con una narrazione semplice e immediata, caratteristica più unica che rara. «Che facciamo adesso?».


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