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The lighthouse (Robert Eggers, 2019)

by robertodragone
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The lighthouse, nuovo film di Robert Eggers, regista diventato celebre dopo il suo film d’esordio The witch (2015), si offre per un dibattito speculativo interessante, vale a dire il confronto tra la forma del linguaggio filmico e il contenuto del film. Laddove il cinema sperimentale, lontanissimo dall’essere affrontato dal grande pubblico a causa della sua inconsistenza narrativa, abbia sempre posto la forma davanti al contenuto, gran parte dei film che vengono prodotti sono considerati soprattutto attraverso l’argomento che trattano, nonostante qualsiasi film abbia comunque una forma. Eggers corre un rischio: la forma di The lighthouseè identificabile con facilità da chiunque, a causa della sua diversità rispetto alla maggior parte delle produzioni contemporanee, tuttavia, tra le varie speculazioni che si possono sollevare sul suo significato allegorico, c’è anche la possibilità che non esista nessun significato. 

The lighthouse è un fallimento interessante. Eggers gira su pellicola di 35 mm un horror che assomiglia, e quasi emula, un film post-espressionista a cavallo tra il 1920-1930. In effetti spesso il risultato imitativo è impressionante: di frequente le scene sono illuminate da un’unica fonte luminosa frontale, infatti sono tenebrose e claustrofobiche; le espressioni degli attori sono eccessive; la composizione delle inquadrature è accurata e maliosa. L’atmosfera generale di The lighthouse, quindi, grazie anche alle musiche, costanti e angoscianti, è suggestiva. I due attori protagonisti, praticamente gli unici due (o quasi) che compaiono, sono totalmente trasformati per i ruoli. In particolare Willem Dafoe, irriconoscibile nel ruolo di un vecchio marinaio, ora guardiano «sposato con il faro» che istruisce un ragazzo nuovo del mestiere, interpretato da Robert Pattinson

La prima parte di The lighthouse racconta il rapporto dei due uomini, isolati dal resto del mondo: il vecchio guardiano, un ubriacone che rievoca lo stereotipo della letteratura Ottocentesca del “lupo di mare”, tratta il ragazzo come un «cane», facendolo faticare appioppandogli tutti i lavori più pesanti. Il vecchio vuole un’unica mansione: occuparsi della «luce» del faro. Nella prima parte, The lighthouse si dedica nella costruzione di un mistero, mentre nella seconda la narrazione si disperde in uno sviluppo che include più incognite. La sceneggiatura (curata dal regista insieme al fratello Max Eggers) perde il filo in uno stile eccessivamente intellettualoide e citazionista, e laddove sia lecito pensare che lo sbocco visionario e confusionario sia voluto, l’impressione invece è che la scrittura si sia ingarbugliata su se stessa. 

La particolarità straordinaria di The lighthouse, però, è la quantità di speculazioni che si possono sollevare sul significato simbolico: la carne al fuoco è tanta, anzi troppa, quindi ogni elemento del film può acquisire un’accezione interpretativa distinta. Le teorie sono parecchie: su cosa possa rappresentare il luogo in cui è ambientata la storia, sul significato degli sviluppi causati dalla convivenza dei due uomini, sui numerosi rimandi sessuali o la mancanza di donne (il faro ha una forma fallica, un altro indizio?), sui risvolti visionari o gli elementi horror, tuttavia proprio la quantità sproporzionata di questi elementi lascerebbe supporre che non ci sia un unico filo conduttore, e che quindi la carne al fuoco sia davvero troppa perché si possa affrontare una decifrazione razionale. 

Ma tale decifrazione importa perché un film risulti riuscito? Secondo me non è fondamentale, nonostante ritenga The lighthouse un ambizioso esperimento riuscito a metà. Les garçons sauvages (2018) di Bertrand Mandico è un film (ingiustamente e inspiegabilmente sconosciuto) che ha alcune caratteristiche in comune con The lighthouse: la messa in scena che rimanda al cinema degli anni Trenta del Novecento e degli sviluppi onirici, tuttavia in quel caso – nonostante anche l’abbondanza contenutistica si presti a molte interpretazioni – la sceneggiatura non si smarrisce negli sviluppi visionari. Ma forse il paragone più diretto a The lighthouse che mi viene da menzionare è Shining (1980) di Stanley Kubrick, in cui l’isolamento provocava risvolti simili (in The lighthouseci sono alcune citazioni al capolavoro kubrickiano), ma trattati con più coerenza. La scrittura di The lighthouse, però, preferisce un ermetismo (fin troppo) confuso e visionario, e così baratta la congruenza con un misticismo fine a se stesso.

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