Home 2020 Tornare a vincere (Gavin O’Connor, 2020)

Tornare a vincere (Gavin O’Connor, 2020)

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Anche The way back (si può tradurre in La via del ritorno) subisce quel vizio tutto nostrano di convertire il titolo di un film sportivo in una sorta di fanatismo sulla vittoria, quindi in Italia diventa Tornare a vincere. Il titolo italiano di Moneyball (Bennett Miller, 2011) è L’arte di vincere, mentre Blue chips (William Friedkin, 1995) è diventato Basta vincere, e così via. Con Tornare a vincere, però, la modifica del titolo assume un significato strano, perché anche se è un film sportivo, con tutti i difetti del caso, il titolo originale rimanda più adeguatamente alla storia raccontata: il personaggio protagonista, un ex campione di basket ormai inattivo, è sconfitto dalla vita, anzi, sopraffatto, e quindi più che “tornare a vincere”, vorrebbe trovare un modo per andare avanti (ecco un altro senso del titolo originale). Il genere non è certo nuovo nel raccontare la storia di redenzione di un uomo ormai disilluso che viene chiamato ad allenare la squadra perdente di turno, però in Tornare a vincere la storia si sofferma di più su un aspetto in particolare che mi ha colpito: la depressione del protagonista.

Già nei primi minuti (potete vederli qui, nel canale YouTube di Warner Bros. Italia), Tornare a vincere riesce esporre abilmente la solitudine del protagonista: la musica malinconica accompagna la sua vita avvilita, mentre beve birra a lavoro, in auto o addirittura sotto la doccia (un’immagine sicuramente forte); in contrasto a questa immagine afflitta, la sceneggiatura rivela con intelligenza il conflitto interiore del personaggio mostrandolo spensierato in famiglia, segnalando così la prima avvisaglia di un aspetto che sarà fondamentale per la trama: il fatto che lui neghi il problema, anzi, lo eviti. Sottrarsi al confronto è uno dei modi in cui può manifestarsi la depressione, quindi è interessante vedere che un film apparentemente sportivo, genere su cui tenta di soffermarsi anche il titolo italiano, in realtà sia il racconto sulla rinascita dalla depressione. Il protagonista, interpretato da Ben Affleck, è consumato dai rimpianti per un problema che la sceneggiatura rivela senza forzature o retorica, ma soprattutto, il protagonista si ritrova spesso a fare i conti con il “vincente” che era, poiché il suo nome è celebre nel mondo del basket e chiunque lo incontri non fa che evidenziarlo. Un personaggio a lui vicino gli rivela di essere preoccupato perché «Non stavi andando avanti con la tua vita. Vedevi il mondo in un modo cupo».

Nel genere è normale l’ambiguità del “chi aiuta chi”, poiché entrambi i soggetti possono aiutare ed essere aiutati, sia l’allenatore tendenzialmente problematico che la squadra disastrosa in fondo alla classifica, però in Tornare a vincere l’intenzione è quella di mostrare il protagonista che reagisce al suo stato depressivo attraverso alcuni stimoli esterni, e questi non sono soltanto relativi allo sport. D’altronde, quest’ultimo è gestito quasi marginalmente e viene impiegato principalmente per avere un “terreno di gioco” su cui mettere a confronto, sia il protagonista con se stesso, sia il protagonista con altre figure, le quali lo metteranno di fronte alla responsabilità di «Non sottovalutare l’influenza che puoi avere su di loro» (i giovani giocatori della squadra, ndr). Questa citazione permette di fare un collegamento a un altro aspetto del film, ovvero quello che ha attinenza con il ruolo paterno, che in Tornare a vincere viene descritto attraverso numerose forme. Tuttavia, insisto con l’idea di affermare che Tornare a vincere è soprattutto un film sulla depressione e che questa monopolizzi ogni altra tematica.

La regia di Gavin O’Connor privilegia inquadrature strette sui personaggi e quando utilizza i piani i personaggi vengono quasi soggiogati dai luoghi. Il particolare più interessante è il considerevole uso di quinte, con oggetti sfocati che riempiono le inquadrature e le saturano, creando tuttavia un risultato soddisfacente. La sceneggiatura di Brad Ingelsby e lo stesso O’Connor è degna di nota, perché elabora con intelligenza un discorso su un argomento complicato come la depressione. Certo, Tornare a vincere ha tutta la retorica del genere, dalle musiche commoventi alle scene in slow-motion (ci vuole coraggio per utilizzarle in questo modo, non c’è che dire), fino ad arrivare all’inquadratura finale fin troppo pacchiana; tuttavia, tutti questi elementi non danneggiano il risultato finale, e anzi, sono emotivamente efficaci e aiutano a creare, sicuramente con furbizia, un coinvolgimento appassionante.

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